Contadino Magna cum Laude

Ho letto un interessante articolo su una nota rivista femminile – dal parrucchiere, dal momento che io di solito non leggo riviste, tranne Sport Week. Parlava della nuova imprenditoria agricola, che pare stia avendo un’esplosione di vitalità. Addirittura il 17% delle nuove imprese agricole, poi, è nata su iniziativa di ragazzi al di sotto dei 30 anni, giovani, carini, disoccupati e soprattutto LAUREATI. Addirittura Scanavino (il presidente della Confagricoltori) si è lasciato andare a commenti entusiastici, “promettendo” più di 100 mila posti di lavoro. Altro che il Premier Berlusconi, fatte le debite proporzioni lavorare in agricoltura è diventato cool o, quantomeno, più redditizio di stare a casa con le mani in mano aspettando il famoso reddito di cittadinanza – si può sempre contare su un po’ di frutta e verdura, un po’ d’olio e qualche uovo fresco.

Considerato poi che qualche tempo fa chi lavorava la terra in Italia era – secondo Istat – un pensionato ultrasessantenne, oppure una persona che aveva abbandonato gli studi, oppure un immigrato o un mix di queste tre categorie, direi che si può parlare di vera rivoluzione culturale. Addirittura, sono in aumento gli iscritti ad Agraria e ad altri corsi di laurea legati all’agricoltura, segno che c’è consapevolezza di una realtà che i nostri genitori, ahimè (e lo dicono anche loro!), non hanno visto, cresciuti con dei miti a metà tra il socialismo reale e quello della Ford e del sogno americano, insomma, dello sviluppo industriale come motore quasi indispensabile dell’economia di qualsiasi paese.

L’Italia non ha risorse per essere competitiva a livello di grande industria pesante! Non ha risorse da dedicare all’agricoltura estensiva!

Direte voi: ma va!? Siamo una linguetta di terra, in fondo. Eppure, abbiamo preteso di fare quello che si faceva in paesi ricchi di risorse. Ora, forse, abbiamo trovato la nostra strada. Siamo sempre stati un paese agricolo, ma di certo non possiamo pensare di essere competitivi con la soia o con le patate, no? Possiamo invece orientarci su colture di nicchia, che abbiano mercato, di eccellente qualità, magari biologiche. Per fare questo però servono competenze ben precise. Magari integrando l’agricoltura con i servizi alla comunità, vendendo ad esempio frutta e verdura a km 0 – tanto per recuperare il legame tra agricoltura e territorio -, impiegando personale locale oppure, come il 27enne di Prunarolo Walter Progressi, adottando la formula dell’azienda agricola multifunzionale: «Con i miei 6 trattori, 3 cingolati e un escavatore gestisco il servizio di sgombero strade: sono mobilitato da novembre a marzo e ai primi fiocchi di neve entro in azione”.

 

Sovrappopolazione = povertà? Una tesi senza fondamento scientifico

Eppure sembrava logico anche a me: più siamo, più si riducono le risorse disponibili, un po’ come nel caso di una famiglia molto numerosa. Oppure no? La rivista Nature ha pubblicato una ricerca che smonta il mito che ci sia una relazione scientificamente provata tra sovrappopolazione e fame nel mondo/povertà. Non ci sono basi nè per affermare che la popolazione mondiale crescerà senza alcun freno, ne che la povertà e la malnutrizione siano dovute alla sovrappopolazione e alla mancanza di controllo delle nascite.

Già anche il Wall Street Journal aveva cestinato la teoria della sovrappopolazione di Malthus, economista della fine del ‘700, lanciando invece l’allarme calo demografico. I paesi dove questo calo sarà maggiore per effetto del controllo delle nascite e di cattive politiche per sostenere la fertilità saranno anche quelli dove la crescita economica sarà minore. Nemmeno l’immigrazione fornirà più popolazione in età lavorativa, dal momento che anche i paesi da cui attualmente provengono la maggior parte dei migranti sono destinati ad invecchiare.

Un’altra analisi scientifica prova che la teoria di Malthus, ampliamente ripresa da altri economisti durante boom demografico degli anni ’70, non ha basi scientifiche. Secondo Joel Cohen, ricercatore demografico alla Rockfeller University di New York, la teoria della sovrappopolazione è solamente una scusa per non affrontare il tema della povertà e della diseguaglianza sociale.

Innanzitutto, la popolazione umana non cresce esponenzialmente. Anzi, la crescita demografica dal 1965 ad oggi risulta dimezzata.

Inoltre, il paradosso (ed è davvero un paradosso, considerato che ci sono tanti che ancora patiscono la malnutrizione in molte zone del nostro Pianeta) è che l’OMS ha diffuso dati relativi alla produzione alimentare che coprirebbe, anzi, supererebbe ampliamente le più rosee prospettive di crescita della popolazione solo per quanto riguarda i cereali. Allora, l’inghippo dov’è? Ma nella distribuzione non equa delle risorse, ovviamente. Non è che i paesi africani siano sovrappopolati, è che per quanto la popolazione sia normale o tutt’al più più giovane della nostra, il vero problema è che le loro risorse vengono costantemente depredate dai paesi più ricchi.

 

 

Le fattorie sociali, una risorsa in più per l’eguaglianza sociale

Mi ha colpito molto l’esperienza, bellissima, di Giulia Lovato, architetto veneto che a 29 anni ha deciso di aprire una fattoria sociale nel veronese. Spesso le persone con disabilità fisiche o psichiche, sebbene lo Stato incentivi le aziende ad assumere portatori di handicap, faticano molto a trovare un posto di lavoro dignitoso. Moltissime aziende, infatti, non si prendono la “responsabilità” di dare un lavoro ad un disabile a meno che non rientri in quelle categorie, diciamo, più gestibili, che comportano meno costi in termini di tempo (per la formazione) e denaro per attrezzare adeguatamente il posto di lavoro.
L’azienda di Giulia, dal simpatico nome di Vecchia Fattoria, che produce alimenti biologici, offre anche percorsi didattici per le scuole, oltre ad essere convenzionata con le Asl per fornire percorsi di inserimento lavorativo per portatori di handicap e ragazzi con problemi familiari, con storie di violenza familiare alle spalle o reduci da esperienze di carcere.

 

Per aprire una fattoria sociale, però, bisogna ovviamente rispettare determinati requisiti.

Normalmente una fattoria sociale deve essere dotata di:

a) ambienti coperti, attrezzati per l’accoglienza e l’intrattenimento dei gruppi, nei quali siano individuati anche luoghi di sosta e riposo;
b) strutture ed attrezzature finalizzate ad attività ludiche o terapeutiche attraverso l’impiego di animali o di produzioni agricole aziendali, il tutto tenendo conto delle problematiche e delle esigenze degli ospiti;
c) strutture ed attrezzature atte ad offrire dei servizi nei quali gli ospiti si sentano attivi e partecipi al fine di trarre benefici sul piano fisico, mentale, sociale e psicologico, attraverso l’accrescimento dell’autostima ed il miglioramento della persona;
d) attrezzature aziendali in grado di rispondere alle attività in base ai progetti di carattere sociale che di volta in volta saranno presentati ed approvati dalle Amministrazioni competenti per territorio.

In altre parole, bisogna informarsi anche sui requisiti richiesti nella regione in cui si risiede; infatti, oltre a quelli elencati, potrebbero essercene altri.

Dic 30, 2015 - vita di campagna    No Comments

Riporre il tagliaerba per l’inverno

 

Per quelli che vivono in climi freddi, è il momento di mettere via il tagliaerba e di tirare fuori altri attrezzi per la manutenzione degli esterni (nel nostro caso, ancora niente neve da spalare, ma siamo fiduciosi per gennaio). Solo perchè la stagione calda è finita, però, non significa che dobbiamo buttare il tagliaerba in un angolo per poi tirarlo fuori quando serve in condizioni pietose, no? Ecco alcuni semplici consigli che permettono di non buttare via un sacco di soldi per la manutenzione del vostro tagliaerba.

Cambiate l’olio

Dopo una stagione di duro lavoro, il tagliaerba potrebbe avere bisogno di un cambio d’olio per evitare che lo sporco e i residui gli impediscano di lubrificare correttamente.

Una bella pulizia

Con una lancia eliminate bene tutto lo sporco e l’erba dalle lame e dalla carena del tagliarba, in modo che lo sporco e le incrostazioni non si induriscano. Quando rimetterete in funzione il tagliarba eviterete di fare una faticaccia per pulislo.

Controllate il serbatoio

Se non avete vuotato il serbatoio (consigliabile), bisognerebbe aggiungere un antigelo o un anticorrosione per proteggere il motore.

Togliete la batteria

Se il vostro taglierba ha la batteria, è il caso di rimuoverla e di pulire i morsetti. Se è ancora buona, mettetela in un posto fresco e asciutto. All’esterno e al freddo sia la batteria che i terminali potrebbero corrodersi.

Riponete il vostro tagliaerba adeguatamente

Riponete il tagliaerba in un posto fresco e asciutto, come un garage o un capanno, copritelo con un velo termico – in tessuto, non in plastica – che non faccia condensa. Se non avete un garage o un capanno, potete direttamente riporlo su un terrazzo, sotto una tettoia o all’ingresso. Però, certo, sarebbe meglio avere un posto dove riporre gli attrezzi, soprattutto se costosi.

Cos’, quando vi servirà di nuovo, con questi piccoli accorgimenti potrete direttamente utilizzarlo, evitando poi di dover effettuare il doppio della manutenzione.

Coltivare piante officinali

Le piante officinali sono tutte quelle piante che contengono sostanze aromatiche o medicinali o con qualche effetto attivo sulla salute. Per capire se una pianta è officinale, l’unico modo è affidarsi alla saggezza popolare. Infatti, prima di noi i nostri avi hanno sperimentato vari tipi di piante, identificando quelle mangerecce, quelle con poteri curativi di qualsiasi natura e quelle tossiche. In questo senso gli erbari sono molto d’aiuto, perchè indicano le varie tipologie di pianta con foto e specifiche indicazioni per riconoscerle, le parti utilizzate per i vari usi, i periodi di raccolta ottimali, dove crescono, etc.

 

A parte questo, potete chiedere a qualche persona anziana, che vi saprà sicuramente dare indicazioni sulle piante utilizzate più di frequente nel territorio di riferimento, ossia quelle che crescono spontanee senza bisogno di nulla se non di un po’ di cura. Altrimenti, come riferimento legislativo, c’è l’elenco del Regio Decreto del 26 maggio 1932  il quale stabilisce quali sono le piante officinali, aromatiche o da profumo.

Non occorrono speciali permessi per la coltivazione di piante officinali, mentre per la lavorazione, ovviamente, ne servono diversi, sulla base del fatto che si tratti di ingredienti industriali, alimenti o prodotti finiti.

Per cominciare una propria coltivazione, è bene scegliere delle piante già presenti sul territorio. Nel caso di terreni incolti, è bene prima ripristinare la fertilità del terreno con colture a rotazione. Spesso viene consigliato di effettuare un’aratura in primavera e di lasciare il campo incolto un’estate intera in modo da eliminare gli infestanti come la gramigna. Dopo di che si può cominciare con un anno di favetta, poi un cereale o una pianta officinale annuale (finocchio, anice, lino), per poi piantare, l’autunno del terzo anno, le piante officinali perenni.

Il primo anno servirà a capire quali sono le problematiche della coltivazione, a cercare un’azienda a cui venderla (spesso, l’erba spontanea fresca non ha mercato, per cui bisognerà capire di che genere di semilavorato hanno bisogno le aziende della zona, che deve essere conforme alle specifiche del mercato) e a stabilire in che quantità iniziare la coltura.

Grani antichi, dieta e celiachia

Mi è capitato di imbattermi in un articolo (che trovate qui) sulla celiachia e il recupero di cereali cosiddetti antichi. In realtà, si tratta tutt’al più di vecchie varietà, la cui coltivazione è caduta in disuso per la scarsa produttività. In realtà alcune di queste varietà sono più produttive (perchè selezionate naturalmente o dall’uomo) se prodotte con i metodi dell’agricoltura biologica.

La produttività di questi cereali, come dicevo, è molto bassa, quindi sono stati abbandonati dall’agricoltura convenzionale perchè non avevano una resa ottimale. Oltre a questo, sono tendenzialmente più proteici dei cereali tradizionali (non per via della varietà, ma perchè originariamente i cereali, tutti, erano abbastanza ricchi di proteine) e nei soggetti sottoposti ad intolleranza la glutine sembrano dare meno problemi.

 

 

Diversissimo, abissale, è il discorso per chi è celiaco. Infatti, pur avendo un tipo di glutine che evidentemente da un po’ meno fastidio a chi soffre di gonfiore addominale dopo aver mangiato la pastasciutta, bisogna rendersi conto che non è questo il genere di problemi cui va incontro il celiaco, la cui soglia di tolleranza giornaliera al glutine è di appena 10mg, contro i 40 GRAMMI di un piatto di pasta di farro, grano khorasan, Senatore Cappelli o quello che è.  Questo significa andare ben oltre il limite tossico. Quindi, per favore, evitiamo di dire sui blog di agricoltura biologica che i cereali antichi, biologici o quello che è sono curativi per la celiachia. Una volta che questa che è più di un’intolleranza, ma non è nemmeno una vera allergia, quanto piuttosto una malattia metabolica proprio come il diabete, si è manifestata, è necessario rimanere nella soglia di tolleranza e per questo occorre nutrirsi di prodotti che rimangano al di sotto dei 20mg/kg di glutine.

La confusione è stata probabilmente generata dal fatto che i celiaci possono nutrirsi di grano saraceno, teff e sorgo, che effettivamente sono varietà di cereali ormai cadute in disuso qui in Italia (anche perchè non sono veri cereali). Spero però che si faccia chiarezza che fra una neoplasia e un gonfiore al pancino c’è una bella differenza, come fra un celiaco e un intollerante al glutine.

Dic 22, 2015 - vita di campagna    1 Comment

Il letame puzza? Anche tu!

Mi è capitato qualche giorno fa di incontrare una di queste signorinelle di città che hanno avuto la disavventura, passando per le meravigliose campagne della Toscana, di decidere di farsi costruire dall’amabile maritino una gradevole villetta fuori porta, dove tenere i cani, cuocere fantasmagoriche torte di kamut e fare finta di essere una signorinella di campagna. Essendo asmatica, tisica e un po’ pallidina, come tutte le signorinelle di città anche nel XXI secolo, la dolce donzella ama respirare a pieni polmoni la fredda aria di dicembre dalla sua finestra.

Peccato che questo sia proprio il periodo in cui nelle vigne e sui campi (tranne quelli destinati al pascolo) si sparge il letame (complice anche la mitezza della stagione). Chi a mano, armato di forcone, chi con lo spandiletame i nostri eroici contadini del circondario avevano assediato la villetta di quella orrida puzza, accentuata dalla nebbia e dall’umidità, che a chi è nato in campagna fa tanta nostalgia.

La donzelletta che non vien dalla campagna, però, si accorge che qualcosa non va appena apre la finestra in un’umida mattina di dicembre e comincia subito a farsi i consueti film sull’inquinamento alla Erin Brokovich (abituata com’è a farseli, evidentemente a ragione, nella sua magione di città). Dopo aver vestito la sua bambina con un maglioncino finto fatto a mano in lana biologica e una magliettina comprata probabilmente in un ristorante macrobiotico della sua città, la premurosa mammina si reca al locale supermercato, in questo affatto diversa dalle sue colleghe meno sofisticate e cittadine, per acquistare del cibo servito su polistirolo e pellicola no-pvc per la sua famiglia. Qui incontra la mia mamma, con il suo total look made in China, che acquista lo stesso cibo in vaschetta. Democraticamente, la saluta, per poi attaccare subito con le lamentele.

“Con questa puzza non si vive! Come fate a starci?”

“E ma la campagna, si sa…” Obietta saggia la mia mamma, come a dire, cosa pensi di mangiarti, stella mia?

“Ma viene da vomitare!”

Vi confesso che assistendo alla scena, non ho potuto fare a meno di pensare ai processi digestivi della damina di città. Chissà se le carote della vaschetta, attraversando le sue viscere per poi finire nel water, abbiano detto agli altri cibi già presenti (probabilmente tofu e alga kombu) le stesse identiche parole?

 

Dic 22, 2015 - agricoltura biologica    No Comments

Agricoltura biologica: è tutto oro quello che luccica?

Ho letto con interesse le riflessioni di Pietro Bortolotto, laureato in Scienze Agrarie, sul blog dei Georgofili. Ve le sintetizzo brevemente per poi passare ai miei commenti. Il ragazzo (ops, paternalistico, scusate!), giustamente, con la sua formazione classica, parte subito con tesi, antitesi, sintesi come nei temi del Liceo.
Comincia con il notare (giustamente) che “biologico” è tutto quello che segue cicli biologici e che l’agricoltura, come tutto il resto dei fenomeni che riguardano genericamente la “vita” (bios) non può certamente prescindere da questi cicli. Quindi “agricoltura biologica” è un marchio, un’etichetta che ha più che altro un valore commerciale, in quanto è considerata desiderabile da noi consumatori.
Poi sottolinea che questo tipo di agricoltura non aveva senso di esistere prima della Rivoluzione agricola, che ha permesso con nuove tecniche e strumenti di
  • aumentare enormemente la produttività dei terreni e delle sementi
  • diminuire l’impiego di manodopera umana e animale

Con il risultato, peraltro stimabile, di evitare che potessimo morire di fame durante le numerose carestie, di migliorare le condizioni di vita degli agricoltori e di migliorare le condizioni di salute della popolazione in generale visto che non doveva più soffrire di malnutrizione.

Il problema si è presentato poco dopo, quando si è notato che l’utilizzo intensivo di questi strumenti finivano per impoverire il suolo, ridurre la biodiversità, etc (non vi elenco tutte le conseguenze perchè già lo fanno a sufficienza i pubblicitari e le signore flower-power).

Ma c’è un altro problema, più grande: una volta date in pasto alle masse non sufficientemente istruite dal punto di vista scientifico (se non da Piero Angela, povero, voce solitaria della divulgazione scientifica sulle reti televisive nazionali), queste considerazioni si sono trasformate in dogma, in equazione agricoltura intensiva:morte del pianeta=agricoltura biologica:salvezza dell’umanità. La realtà è infinitamente più complessa. Siamo noi disposti a fare un clamoroso downshifting privandoci di tutto quello che l’agricoltura intensiva ci ha dato? C’è un pubblicitario disposto a farci vedere quello che dovremmo sacrificare per tornare indietro ai “bei tempi andati”? Forse non vogliamo davvero davvero tornare indietro: forse vogliamo sia il pane fresco tutti i giorni a buon mercato che le braciole di maiale CHE la crostatina della Germinal così graziosamente impacchettata. Guarda l’articolo originale.

Expo… si poteva fare di più

Non sono solamente io ad essermi lamentata di come è stato condotto il progetto dell’Expo. Premetto che non ho nulla contro l’attuale governo, ma contro le iniziative portate avanti senza alcun senso logico, quello sì. Perchè uno sforzo logistico che costa MILIONI deve per forza, a casa mia, avere dietro un progetto che deve per forza, a casa mia, avere un senso logico ben preciso.

Capisco che l’urgenza dell’Expo era di

  1. spendere il meno possibile
  2. avere il maggior ritorno possibile in termini di denaro per le casse dell’Stato e di visibilità per il Paese (a livello internazionale) e per il Governo (a livello nazionale).

Quindi capisco che si sia dato tutto in mano alle multinazionali del food&beverages per abbattere i costi, anzi, per non sostenerli affatto, riuscendo a far muovere la macchina. Come si è mossa la macchina? Come una gigantesca, megagalattica pubblicità di quelle dai contenuti più scadenti, un po’ come quelle che vanno in onda di pomeriggio per i più piccoli (jingle orecchiabili ripetuti alla nausea, colorini sgargianti e confezioncine di plastica fluo).

Lo abbiamo notato solo noi? Assolutamente no, ovviamente! Le migliori recensioni parlano di manifestazione assolutamente simile ad una gigantesca mostra mercato del cibo, con un netto appiattimento sulle proposte delle grandi aziende internazionali, senza minimamente accogliere nè citare le diverse tradizioni locali (la presenza più tradizionale erano i venditori napoletani abusivi di dolcetti da mercato della domenica ALL’USCITA dell’Expo).

Lo ha notato anche John Foot nel suo spassoso (e triste, come Fantozzi) articolo su Internazionale.

Vorrei lanciare, se volete, una proposta. Se vi va di lasciare un commento, potremmo fare gli allenatori della domenica e presentare la nostra personale proposta per un’Expo come Dio comanda. Io ad esempio avrei incentrato tutto sulle varie soluzioni per sconfiggere il problema della fame, dall’agricoltura sostenibile alle biotecnologie, insieme agli stand SOLO di paesi in via di sviluppo. Questa sì, che sarebbe stata un’Expo da visitare (e ricordare).

Nell’orto col bobcat

L’orto vuole l’uomo morto. Lo dice anche il proverbio. Avere un orto, che sia su un piccolo appezzamento di terreno, oppure sul terrazzo, è come prendersi cura di un neonato. L’orto dipende da te per tutto e se ti allontani, stai pur sicuro che al tuo ritorno troverai un ammutinamento generale di tutte le piantine che ha seminato, oppure la maggior parte di loro sarà caduta sotto i colpi di una rigida selezione darwiniana. Natura matrigna che non vuole tenere lontane le lumache dall’insalata o le talpe dalle carote, eh eh!

Se si è instancabili ed iperattivi come me, cosa si può coltivare d’inverno per assicurarsi il piacere di andare tutti imbacuccati a raccogliere le verdure anche quando fuori è -1?

  • lattuga – la lattuga cresce praticamente sempre, è una verdura magica che assicura un apporto calorico pari a 0, ma tantissime vitamine e minerali. D’inveno poi c’è il radicchio e la scarola, ottime anche grigliate o per preparare le torte o le pizze ripiene. Se non volete doverle andare a prendere nell’orto con il bobcat, però, è meglio che una parte ve la piantiate davanti casa o sul terrazzo – io faccio così.
  • aglio e cipolla – altre due verdure che non conoscono pause, ma è meglio piantarle entro fine dicembre, prima delle prime gelate. Tra l’altro, tengono lontani i parassiti.
  • cicoria – la cicoria è ottima per depurare il fegato, il quale di solito è seriamente provato dopo le feste. Cresce anche d’inverno ed è robustissima.
  • ravanelli – la prima coltivazione in assoluto cui mi sono dedicata. Piantateli a fine novembre, ben distanti l’uno dall’altro (crescono molto), ma attenti: vanno colti per tempo, altrimenti diventano duri e amari. Il terreno deve essere libero da sassi e rametti che potrebbero ostacolare la crescita del ravanello.

Fare tutto l’orto anche d’inverno è controproducente. La terra deve riposare, quindi una parte è meglio lasciarla a riposo vegetativo ed una piccola parte dedicarla alle colture invernali.

Buon orto a tutti!

Sara

 

 

Pagine:12»